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Ecco perché migliaia di italiani potranno andare in pensione 3 anni prima nel 2026

Secondo le ultime stime INPS, oltre 70 mila lavoratori italiani potrebbero lasciare il lavoro entro il 2026 con un anticipo medio di tre anni rispetto ai requisiti ordinari previsti dalla legge.

La prospettiva di un’uscita anticipata dal lavoro torna a muovere l’interesse di chi ha superato i sessant’anni e teme che la transizione demografica renda sempre più difficile accedere alla pensione. Le nuove regole introdotte nel quadro della riforma previdenziale in discussione tra Ministero del Lavoro, MEF e INPS promettono infatti una finestra d’uscita straordinaria per una fascia precisa di contribuenti, con effetti immediati già dal 1° gennaio 2026.

Tre anni di anticipo grazie alla nuova “Quota flessibile”

Il meccanismo più atteso è la cosiddetta “Quota flessibile”, che consente di combinare età anagrafica e anzianità contributiva per anticipare la pensione fino a tre anni. Il requisito base resta fissato a 64 anni con almeno 38 anni di contributi versati, ma la soglia effettiva potrà scendere a 61 anni per alcune categorie considerate più fragili dal punto di vista lavorativo.

L’INPS ha chiarito che l’obiettivo è evitare un vuoto generazionale: permettere ai lavoratori senior di uscire gradualmente mentre si aprono spazi per nuovi ingressi nel mercato occupazionale. Un equilibrio tra sostenibilità dei conti pubblici e ricambio produttivo che richiede tuttavia una rigida selezione dei beneficiari.

Chi rientra nell’anticipo e chi dovrà aspettare

I vantaggi non riguarderanno tutti. Potranno accedere all’uscita anticipata solo coloro che soddisfano specifiche condizioni: occupazioni gravose, discontinuità contributive o redditi medi inferiori ai 35 mila euro annui. Restano esclusi i dipendenti pubblici con meno di vent’anni di servizio e i lavoratori autonomi con posizioni incomplete alla Gestione Separata.

  • Lavoratori del settore sanitario, dell’edilizia e della logistica;
  • Addetti ai servizi educativi e assistenziali;
  • Personale turnista con orari notturni continuativi;
  • Donne con carichi familiari certificati dall’INPS;
  • Soggetti con invalidità pari o superiore al 74%.

La tensione nasce proprio qui: chi ha svolto mansioni pesanti potrà lasciare prima, mentre altri, pur avendo gli stessi anni di contributi, dovranno restare. Una distinzione che alimenta il dibattito sindacale tra equità sociale e sostenibilità economica.

Effetto sul bilancio pubblico e impatto sui conti delle famiglie

Secondo le simulazioni del Centro Studi Confindustria, il costo lordo stimato per lo Stato sarà di circa 1,8 miliardi di euro nel primo biennio 2026-2027. Una cifra destinata però a ridursi grazie al minor tasso di disoccupazione giovanile previsto dall’inserimento dei nuovi assunti nelle aziende coinvolte dal turn over.

Per i lavoratori, la riduzione media dell’assegno sarà intorno al 4-5% per ogni anno d’anticipo. In termini pratici, un impiegato con una pensione teorica da 1.500 euro mensili ne percepirà circa 1.350 se sceglierà l’opzione a tre anni d’anticipo. Una rinuncia non irrilevante ma spesso compensata dal valore del tempo libero guadagnato.

Come presentare la domanda e le scadenze da ricordare

Domanda telematica all’INPS

Dal mese di marzo 2025 sarà possibile inoltrare la richiesta attraverso il portale INPS utilizzando SPID o CIE. Sarà necessario allegare il modello AP116 aggiornato e l’attestazione contributiva completa. Le prime decorrenze effettive scatteranno dal gennaio successivo all’approvazione della domanda.

Calendario delle finestre d’uscita

Mese apertura finestra Pensionamento effettivo Categorie ammesse
Gennaio 2026 Aprile 2026 Lavoratori gravosi e invalidità certificata
Maggio 2026 Agosto 2026 Lavoratrici madri e comparto sanitario
Settembre 2026 Dicembre 2026 Tutti gli altri aventi diritto

I nodi ancora aperti: penalizzazioni e coperture finanziarie

I tecnici del MEF stanno valutando se introdurre un tetto massimo agli assegni erogabili in anticipo per contenere l’impatto sul deficit pubblico. Le sigle sindacali – CGIL, CISL e UIL – chiedono invece garanzie contro le penalizzazioni permanenti sugli importi maturati.

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L’Istat prevede che tra il 2025 e il 2030 oltre due milioni di italiani supereranno i sessantacinque anni: un dato che rende urgente trovare soluzioni stabili prima del picco demografico previsto nel decennio successivo. L’equilibrio tra diritto al riposo e tenuta dei conti rimane quindi il vero campo dello scontro politico ed economico dei prossimi mesi.

Cosa fare oggi per prepararsi al cambiamento del 2026

Avere un estratto conto contributivo aggiornato è essenziale: errori o vuoti possono compromettere l’accesso all’anticipo. I patronati suggeriscono inoltre di simulare online l’importo netto della futura pensione tramite il servizio “La mia pensione futura” dell’INPS, così da valutare se convenga davvero uscire prima.

Sarà determinante anche verificare eventuali riscatti universitari o periodi figurativi non ancora registrati: ogni trimestre può fare la differenza tra restare o partire nel primo turno utile del nuovo schema previdenziale.

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